Angelo Fassina: realismo e oltre                                                                      di Michele Bordin

Nell'ottobre del 1958 l'Università Popolare di Castelfranco Veneto organizzava, nell'atrio del Teatro Accademico, una piccola esposizione di due giovani artisti: la " castellana" Anto Lupi e Angelo Fassina, di Piombino Dese (1925), con presentazione di Giampaolo Bordignon Favero. Trascorsi quarant'anni- o poco più- è ora il comune di Castelfranco Veneto, è tradizionalmente attento alla valorizzazione degli artisti locali, a rendere omaggio a Fassina con questa rassegna antologica. Benché i casi della vita lo abbiano portato, dopo la formazione Accademica, ad esercitare a lungo l'insegnamento ed ad occuparsi con sempre maggiore intensità di architettura di interni- settore nel quale il suo nome gode di una larga notorietà- , Fassina non ha mai smesso di coltivare, con la pittura, varie altre forme di espressione, con more talvolta assai prolungato, ma senza che la qualità delle opere avesse a risentirne irrimediabilmente, come può ben accadere nella pratica discontinua di una qualsiasi disciplina.

Sorprende anzi, in questo artista la capacità di riprendere ogni volta il filo interrotto- o meglio, i molteplici fili- e di tesserli nuovamente, con sorniona soddisfazione, allo stesso modo in qui l'uomo, conversatore tanto affabilmente colto quando divagante, sempre ritorna al nucleo del discorso.  

Si accennava alla formazione. Fassina ricorda che l'innata passione per il disegno e la pittura lo aveva portato, durante l'adolescenza, verso il cartellonismo e una rudimentale forma di scenografia, espressi nella realizzazione  di manifesti e scenari per le recite teatrali paesane. Proprio alla scenotecnica aveva inizialmente pensato di indirizzarsi, ma all'epoca ( siamo all'inizio degli anni Quaranta) una simile specializzazione comportava l'iscrizione alla facoltà di architettura: il ché,dato il sopravvenire di problemi familiari e l'inizio della fase più dura della guerra, dopo l'8 settembre del'43, non fu possibile, nemmeno nella vicinissima Venezia.  

Nella città lagunare Fassina frequentò invece, tra la fine degli anni Quaranta e i primi Cinquanta, il Liceo artistico (diplomandosi nel 1953), seguendo contestualmente, da esterno, alcuni corsi presso l'Accademia di Belle Arti, nel triennio 1948-1950 (pittura e scuola di nudo con Armando Pizzinato e Gastone Breddo; affresco con Bruno Saetti).  

Si tratta di anni fondamentali; sia per il singolo che per la cultura italiana della seconda metà del secolo. Il '48, in particolare è una data tipica per quanto attiene alle Arti figurative: a Marzo si apre a Roma la V quadriennale e a Giugno la XXIV biennale di Venezia (entrambe le prime del dopoguerra); in contemporanea con la rassegna romana, l' "art club" della capitale organizza un'esposizione sull' "arte astratta in Italia" che rappresenta l'ufficializzazione del neo-astrattismo. Seguono, nell'autunno, la "prima mostra nazionale d'arte contemporanea" di Bologna, per l'iniziativa del critico militante Gillo Dorfles. Tanto la quadriennale è un'esposizione composita e contrassegnata da vistosi cali di tono, che affastella post-impressionisti, sopravvissuti aeropittori del secondo futurismo, giovani e giovanissimi di incerta collocazione, quanto la biennale impressiona per il rigore dell'ideazione e l'eccellenza degli artisti selezionati, in virtù dell'operato del suo segretario generale, lo storico d'arte Rodolfo Pallucchini. Già a un primo colpo d'occhio c'era da rimanere abbagliati: la retrospettiva iniziale dello scultore trevigiano Arturo Martini; l'esposizione tematica delle opere "metafisiche" di Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi; le personali di Massimo Campigli e Filippo De Pisis; una sala degli artisti da poco raccoltisi nel " fronte nuovo delle arti" (1946-47): dai più giovani Leoncillo Leonardi, Pizzinato, Nino Franchina, Giulio Turcato. Questo per l'Italia. Per non dire delle altre nazionali e trans-nazionali, tutte accomunate  dall'intenzione di celebrare i grandi "ismi" europei della prima metà del secolo: gli impressionisti francesi proposti da Roberto Longhi; una retrospettiva dell'impressionista austriaco Oskar Kokoschka; uno del lituano naturalizzato francese Marc Chagall. Nel padiglione della francia si poteva ammirare una retrospettiva di Georges Roualt, una personale di Georges Braque e sculture di Aristide Mailol. Dalla meditata visione di questa strepitosa rassegna, Fassina trasse suggestioni e lezioni non meno importanti dell'insegnamento impartito all'Accademia. Dell'arresto, in anni nei quali l'istituto era dominato dalla presenza dell'eclettico post-cubista Saetti, l'orientamento didattico pur rispettoso dei canoni, lasciava tuttavia una notevole libertà di espressioni agli allievi. Ne si dimentichi che uno dei migliori insegnanti di quelk periodo, il pordenonese Pizzinato, era stato trai primi aderenti al "fronte nuovo delle arti". Secondo l'estetica di quel movimento le "immagini" si dovevano intendere come " atti di vita", in costante dialettica tra rigore morale, impegno etico-civile e creazione artistica, nel solco della lezione mutuata dalla precedente esperienza del gruppo milanese di "corrente". Si voleva insomma l'atto artistico come atto di libera scelta ma non gratuito; richiamo costante a una moralità di fare ma al di fuori di qualsiasi retorica o, peggio, compiacimento estetizzante. Tale presa di distanza aveva come suo bersaglio polemico immediato l'esperienza degli artisti di "Novecento", il cui richiamo all'ordine veniva interpretato - a torto - come adesione più o meno tacita all'ideologia fascista. Con il rischio di abbracciare, per tanti di questi artisti ex partigiani e ora militanti comunisti, un'opposta e non meno deleteria retorica: quella della rappresentazione acritica e oleografica dell' avventura resistenziale e dell'italia nubile ma "sana" dei popolani, dei contadini e degli operai. La tendenza si incrocia con quanto accadeva nel contemporaneo "neorealismo" letterario e cinematografico: quel medesimo 1948 è anche l'anno della casa in collina di Cesare Pavese e di ladri di biciclette di Vittorio de Sica, il quale, l'anno prima, aveva trattato dall' Oro di Napoli di Giuseppe Marotta il film omonimo. E sempre il '47 vede la pubblicazione delle Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, della Romana di Alberto Moravia, e ancora di due libri che nulla concedono alla retorica populistica e resistenzialistica: il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino e Se questo è un uomo di Primo Levi.  L'istanza realistica così prepotentemente sollevata dalla cultura italiana produce - per tornare alla pittura - il caso altamente emblematico di Renato Guttuso, che transita da "corrente" al "fronte nuovo delle arti", partecipa nel frattempo alla resistenza e, all'indomani del violento attacco sferrato del PCI contro i pittori astrattisti, nel 1948, prende nettamente posizione per un realismo socialista di stretta osservanza zdanoviana, il cui esito culminante è dato dall'occupazione delle terre incolte in Sicilia, esposto alla Biennale di Venezia del 1950. Ne Guttuso è l'unico a dipingere in questi anni braccianti e contadini, manovali e operai, campagne e fabbriche: per restare in ambito Veneto si pensi al primo Pizzinato, di nuovo, ma anche a Giuseppe Zigaina o all'indipendente veneziano Bepi Longo, prematuramente scomparso nel 1961, a 41 anni. 

Come si orienta Fassina in un simile ribollire di idee e discussioni? Lunghi dal compiere scelte di campo, da partecipare a un gruppo, è però tutt'altro che agnostico. La sua convinta fede cattolica lo pone anzi, in un ambiente così pesantemente dominato da una visione materialistica del mondo, in posizione minoritaria. Senza il minimo compiacimento ricorda che, mentre tutti agitavano le "bibbie" del comunismo, la sua lettura preferita e incessantemente nutritiva continuava ad essere la vera bibbia, con particolare attenzione al Nuovo Testamento, e dunque alla figura e alla vita di Cristo.  

Ma a un'età prossima all'attraversamento della conradiana "linea d'ombra" eppure ancora al di qua di essa, in un mondo tutto da rifare, in un ambiente misto di artisti "cattedratici" e irregolari o autodidatti di genio, in una città che attraverso la biennale permetteva di gettare uno sguardo sull'Europa e il resto del mondo, quando le distanze sembravano lontanissime e il turismo culturale era privilegio di una ristrettissima elite, il giovane provinciale preferisce formarsi giudizi e scale di valori sulla base del libero confronto da artista ad artista, da allievo a maestro, da pari a pari. Ciò che lo interessa, ora come sempre, è la buona pittura, il "buon fare", a prescindere dalla fede politica o religiosa: prova ne sia la sua passione per un artista come Mario Sironi- uno dei fondatori di " novecento" e per tanto fieramente osteggiato da "frontisti " e collegati -, che senza ombra di dubbio è uno dei maggiori pittori italiani del secolo; o, quasi e contrario, la sua iniziale avversione per l'astrattismo e l'informale, nella quale avrà pur pesato il movimento d'opinione generato dalla condanna senza appello, tanto recisamente quando rozzamente formulata dal "migliore" Palmiro Togliatti nel celebre corsivo apparso nel numero di "rinascita" del novembre 1948. A Fassina si potrebbe insomma a tagliare benissimo la richiesta di una pittura " coscienziosa fino allo scrupolo, senza ciarlataneria". Da qui deriva, come corollario, la sua insofferenza per la superficialità e il decorativismo, per l'art pour l'art, ed dunque lo scarso o nullo interesse per gli impressionisti più manierati o per il campione del decor novecentesco Henri Matisse; a non dire della pletora di italiani dell' otto- novecento sospesi tra provincia e adeguamento a un international style. Se riandiamo con la memoria a quelle sale della biennale del'48 da qui abbiamo preso le mosse, troveremo in altre zone i maestri qui già allora guardava Fassina: Martini e Morlotti ma anche Carrà, de Chirico e Morandi nel loro momento metafisico; De Pisis; Picasso; Rouault, al cui esempio sempre tornare per la particolare declinazione cristiana del suo espressionismo. Altrettanto forte sarà, per indugiare ancora sulle biennali, la prima conoscenza diretta dei maggiori pittori inglesi contemporanei. Proprio nei sconvolgenti "everyman" baconiani, distorti e straziati da un'angoscia senza pace e irredimibile, Fassina legge altrettante allegorie cristologiche, destinate a ricomparire periodicamente nel settore più libero e sperimentale della sua pittura di ispirazione religiosa. Il volto e il corpo martoriato dal Cristo crocifisso ne sono anzi il  motivo ricorrente.

Tra i contatti e le frequentazioni veneziane importano quelli con i pressoché coetanei Saverio Barbaro (1924) e Giorgio Dario Paolucci (1926), Renato Borsato (1927),che è invece brillante allievo di Saetti, Antonio Gambino(1928) , mentre il più anziano e autorevole Virgilio Guidi, al pari dell'astro nascente di vedova, rimangono più distanti, presi come sono, dopo gli inizi realistici, da ricerche di tutt'altro tipo. Importante è invece la conoscenza di un altro autodidatta di talento come il maturo Marco Novati, dedito anche ai soggetti sacri. Rapporti personali e documentazione diretta, fatta di innumerevoli visite a musei ed esposizioni di ogni tipo, dalle mostre di grande richiamo alle rassegne locali, e quindi, nel corso degli anni, di viaggi in Italia  e nei maggiori paesi europei, rappresentano una componente fondamentale nel processo di continuo arricchimento  di Fassina, animato com'è da una curiosità inesauribile e contagiosa, che si rivolge anche, senza preconcetti, alle manifestazioni più umili della creatività, dall'oggettino d'artigianato al dipinto del pittore dilettante.

Ma il suo orizzonte artistico nn potrebbe mai dirsi compiutamente delineato senza il riferimento ad alcuni momenti e maestri del passato, anche se questi non si situano necessariamente a monte della sua strenua vocazione alla contemporaneità. Per lui, nato e sempre vissuto al confine tra le due capitali culturali del veneto, Padova e Venezia, i grandi testi di riferimento sono stati fin dall'inizio gli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni e i dipinti di Jacopo Tintoretto distribuiti tra gallerie dell'Accademia e scuola di San Rocco. A Giotto, in particolare, lo lega un'ammirazione e un affetto che lo portano a dagli il primo posto nella sua ideale classifica; e sulle sue storie di Gioacchino e Anna e Gesù e Maria, in particolare, si soffermato a lungo, con precipua attenzione alla strepitosa polifonia cromatica generata dalle tinte neutre e dalle terre. Parimenti prolungate sono state tuttavia anche le soste sul cromatismo dissonante e sulle arditezze luministiche dell'"espressionista"  Tintoretto, all'interno di una pendolarità tra ragione e sentimento, tra compostezza e contenuto, tra luminosità e oscurità, che come appartengono al carattere così trapassano senza mediazione nelle opere di Fassina. La sua passione per il classicismo giottesco non si trasferisce ad altro, pieno classicismo, come quello di Bellini, Giorgione, Tiziano, Veronese, o, nel Settecento di Giambattista Tiepolo: tutti pittori che al nostro rimangono sostanzialmente indifferenti. Troppo "compiuto" il più illustre figlio di Castelfranco, troppo indulgenti alla decorazione veronese e Tiepolo padre. Superfluo dire, a questo punto che tra  una cristallina  venuta lagunare di Canaletto e una mobilissima e quasi sul punto di dissolversi di  GUARDI le simpatie vanno tutte alla seconda.  Le origini venete di Fassina, che sembrerebbero in larga misura trascese dalla preferenza elettiva per una linea toscana che dai "primitivi" Cimabue e Giotto porta, attraverso Duccio, Simone Martini e il Lorenzetti, alla pittura tutta razionale di Piero della Francesca, persistono dunque, ben individuabili, nel prevalere del dato atmosferico e del colore, sebbene questo si vada progressivamente caricando rispetto all'iniziale utilizzo di tinte smorzate e magre. Questo però non significa mai, in lui, venire meno al disegno e all'equilibrio compositivo dell'immagine, alla plasticità delle forme calate sempre in uno spazio razionalmente strutturato anche quando alluso o del tutto assente. Persino la ripresa, più insistita nelle opere recenti, di uno stilema caratteristico del norvegese protoespressionista Edvard Munch intende meglio connotare quella stessa esigenza, non volgerla a esiti maggiormente dinamici come nei compulsivi sviluppi spiraliformi di un Vincent Van Gogh. Che è nondimeno un altro dei moderni amati da Fassina, per il tormento della ricerca non meno che per l'uso quasi anarchico del colore.  

"Ragione e sentimento", si è detto.

Con la fine degli studi, l'inizio dell'insegnamento di educazione artistica nella scuola media del suo paese; il matrimonio nel 1957, con la naturalista Nella Simioni, insegnante di matematica e di scienze nella stessa scuola; la nascita di tre figli (Luisa, Nicola e Saverio), il tempo dedicato alla attività creativa se da una parte si  riduce  dall'altra si razionalizza  e diversifica.  

L'insegnamento permette infatti a Fassina di soddisfare quasi senza limite la versatilità artistica che si annida proteiforme in lui. Con i suoi allievi fa ogni genere di esperimenti ,anche eterodossi: dalla grafica al pastello, alla tempera, all'olio, all'incisione, agl'inchiostri trattati con varechina, alla pittura su vetro, alle lacche, ai collages, ai mosaici, alle carte crespe e peste per fare nei fiori, costumi, maschere; ai legni pirografati e bruciati, ai rami d'albero dipinti, ai gessi, ai rami sbalzati … Esperienze, queste, feconde anche per la propria ricerca: rami a sbalzo sono infatti le opere esposte nella prima mostra del 1958, e legni incisi e dipinti quelli presentati in una collettiva di Cittadella di poca successiva. Prosegue anche, e affina la più tradizionale olio su tela, che da un inizio evidentemente debitore delle moderate variazioni post-picassiane e post-espressionistiche conosciute in Accademia, si orienta verso un  chiarismo molto più personale e lirico, perdurante per buona parte dagli anni settanta. E' un momento di controllato intimismo, nel quale i soggetti preferiti sono facciate di minori ville venete e di chiesette di campagna, vasi di fiori, ritratti di familiari e amici, composizioni di figure più severe e calibrate. L'attività espositiva continua, assai sporadica, nel 1961, con una personale presso il "club industrie Marghera"; una mostra a due a Basegha di Pinè, nel 1966, e un'atra personale, nel 1967, presso la galleria d'arte "città di Treviso", con presentazione di Adriano Madaro, il quale Fassina coglie soprattutto la sensibilità per il "mondo-uomo che gli palpita quotidianamente attorno". Dopo di ché, a fronte dell'ormai consolidatosi secondo mestiere di architetto di interni, le apparizioni pubbliche dell'artista si limiteranno a rarissime partecipazioni a  collettive locali.  

Nel 1974 l'occasione di un viaggio estivo in Sardegna, fa riaffiorare la vena pittorica. Dall'incontro con la natura scabra ed essenziale di quella terra, e in specie dalla profonda emozione dovuta al vedere una vegetazione marina disseccata ma rutilante di colori, sullo sfondo di un cielo immobile, uniformemente turchese e di un mare blu-viola, nasce una serie straordinaria di dipinti, in dissonante coesistenza con notazione quasi etnologiche, ancora nel solco del precedente chiarismo. Quelle spiagge dominate da una luce zenitale, vuote di presenze umane, sembrano l'efficace resa figurativa dei più alti testi montaliani raccolti in Ossi di seppia, nei quali si celebra parimenti il trionfo di una natura tanto assolata quanto inospitale. Da questo momento il colore mediterraneo  e la preferenza per una materia grassa, opulenta, costituiranno la dominante della pittura di Fassina, nonostante l'estrema occasionalità dei ritorni.  

Gli ultimi due decenni sono stati  caratterizzati dalla ripresa delle tematiche religiose, dovuta il più delle volte a precise commissioni da quelle più spicciole alla grande decorazione per la chiesetta invernale di Giavera del Montello, articolata in una Via Crucis, un Credo e una Crocifissione posta dietro l'altare maggiore. Pur nell'obbligo di rispettare una precisa iconografia, Fassina attinge qui risultati di notevole pathos, specie nella grande figura del Cristo Crocifisso, memore di prodotti semicolti o spontanei come i "calvari" del nord Europa e segnatamente bretoni, o di certo robusto plasticismo antelamico, piuttosto che delle raffinatezze bizantine di Cimabue e Giotto. Da un punto di vista tecnico il pittore da ancora una volta prova del suo sperimentalismo, poiché si tratta di affreschi "sintetici", nei quali intonaco e arriccio sono sostituiti da un'emulsione plastica, spalmata su un supporto sottile di legno. L'effetto è nel complesso suggestivo, e più nelle piccole dimensioni nelle quali la stesura volutamente disomogenea del preparato da una sensazione di lacerto, di estrema sopravvivenza di qualche figurina, di una testa di Cristo, di due angioletti come si può vedere in tante chiese e cappelle altomedievali. L'insistenza sul filone religioso è ulteriormente ribadita dalla frequenza, a più riprese, di un corso di pittura di icone organizzato dall'"Associazione culturale Andrej Rublev" di Trento. Ciò che fa ritornare Fassina a una delle sue antiche passioni, quella per gli smalti bizantini, già rinfocolata, alla fine del 1974, dalla memorabile esposizione "Venezia e Bisanzio" tenutasi a Palazzo Ducale a Venezia. Ama dire il pittore che gli anonimi artigiani-artisti della Roma d'oriente e gli altrettanto numerosi autori di icone disseminati in tutta la cristianità ortodossa sono gli unici che possono fregiarsi dell'etichetta di pittori "sacri" nel senso più pregnante del termine.  

L'ultima fase dell'artista, largamente documentata in questa antologica, è all'insegna di un vivacissimo creative awakening. Nella sua tarda maturità Fassina ritrova, come non molti altri prima di lui, uno slancio e una pienezza di espressione che ha dello stupefacente. Facendo tesoro delle moltissime cose viste e assimilate, e insomma dell'argo tratto di vita vissuta, egli giunge ora al massimo di libertà che educazione e sensibilità gli consentono. Ed è lieta sorpresa vedere come altre vie e altre esperienze, un tempo non considerate o appena intraviste, vengano ora metabolizzate senza residui: il Braque della grande maniere post-picassiana; l'astrattismo lirico e informale di Nicolas de Stael; quello geometrico dell'ultimo Alberto Burri; persino una certa sommarietà cromatico-gestuale. La dialettica di figure, oggetti, elementi di paesaggio si spinge al limite dell'astrazione. Nei ritorni di un motivo topico come il vaso di fiori in un interno il soggetto diventa il pretesto per rigorosi esercizi di stile, per contrappunti di linee e volumi, per virtuasistiche cosonanze-dissonanze di colori. Ma sono i quadri di figura i più innovativi. Personaggi isolati, a coppia, a gruppo, appaiono in contesti  spaziali talora fortemente allusivi, sintetici  e inquietanti. Perché sono "la"? Perché fanno gruppo, oppure da chi o da che cosa si allontanano? Dove vanno, di che cosa sussurrano o parlano? Chi abbia  la ventura di conoscere bene l'artista intravvede in molte di quelle figure autoritratti appena dissimulati, fattezze o espressioni di persone a lui vicine. Libero dall'occasione sempre vincolante del ritratto, l'uomo di racconta come in un diario interiore, fatto della stessa sostanza dei flussi di coscienza nel dormiveglia o delle incongrue associazioni dei sogni. I dipinti diventano in tal modo specchi dell'anima, soggetti d'affezione, testimonianze della quotidiana e ai più impercettibile osmosi tra interno ed esterno, tra il soggetto e i suoi immediati interlocutori. Riappaiono anche, per le vie profondissime delle tradizioni di un veneto rurale ormai quasi tutto scomparso, personaggi di terragna, folklorica vitalità: contadini, paesani al mercato, coppie di rustici sposi. E' un microcosmo antropologico legato a ricordi di infanzia e adolescenza, del tutto compatibile con quello immortalato in anni recenti  dalla sequenza dei Mstieroi posta da Andrea Zanzotto al centro della sua penultima raccolta diversi, intitolata significativamente idioma (1986).  

Quanto questo modo di fare pittura appartenga a un'altra civiltà, pre-mediatica e pre-lettronica, ognuno vede da sé. Lo stesso Fassina si dice addirittura spaventato dalle "meraviglie" dell'informatizzazione delle sue ricadute in campo artistico: "sono un uomo di altri tempi, queste cose non mi appartengono", confessa in tutta semplicità. Tutti, dell'arresto siamo figli del nostro tempo. Ma un mondo che il nome dei prodigi della tecnica non abbia memoria del suo passato è un mando nel quale non vale forse la pena di vivere. I tempi ci concedono di attraversare una fine-secolo nella quale linguaggi e culture si sovrappongono e si rimescolano. Chissà che fra tanta omologazione di massa abbiano ancora qualche pregio modi di espressione ormai quasi desueti e pronti tutt'al più per essere museificati. Eppure, dietro ad essi c'è stata sostanza  umana e impegno, fatica, non approssimazione e falcioneria, non il mito del quarto d'ora di celebrità planetaria che, a detta di Andy Warhol, non si nega a nessuno, enache all'ultima delle starletters televisive.  

Non ci si può non chiedere, a pochi mesi dalla fine del novecento, cosa sopravviverà dell'enorme mole di opere e sedicenti opere prodotte, insieme all'ancor più babelico e infestante  cumulo di ogni documento di ogni genere. Nessuno può dirlo ora, pochi possono forse essere buoni profeti. Per parte nostra ci limitiamo a sperare che almeno sopravviva la coscienza del lavoro ben fatto, con tutto ciò che essa comporta: studio, errori, prove su prove, resistenza, fiducia nei propri mezzi, umiltà. Di tutto questo è testimonianza anche l'esperienza appartata da Angelo Fassina, dalla quale si potrà ricavare, in estrema sintesi e rimanendo nella pura immanenza, che, a integrazione del noto adagio latino, con amor anche labor omnia vincit.

Michele Bordin

 

 

L'artista a Baselga di Pinè nel 1966

 

Gastone Breddo - Marina d'inverno 1950

 

Armando Pizzinato - I difensori delle fabbriche 1950

 

Bruno Saetti - Madre 1949

 

Edward Munch - Notte estiva 1895

 

Constant Permeke - Sul Mondo 1921

 

Emilio Vedova - Europa 1949-'50

 

Angelo Fassina - Cristo 1990